miscellanea

Epitaffi celebri, tra umorismo e malinconia

La morte è un evento doloroso, ma non sono rari i casi nella storia di personaggi che hanno cercato di esorcizzarla con l’ironia, l’umorismo, il sarcasmo pronunciando frasi per sé o per gli altri a proposito della morte e a volte scrivendo per se stessi dei veri e propri epitaffi con la volontà esplicita di farli incidere sulle proprie lapidi. L’epitaffio è da sempre il modo migliore per descrivere in poche parole e allo stesso tempo esprimere affetto verso il caro estinto. Le agenzie di onoranze funebri (inclusa la Cattolica San Lorenzo) propongono spesso degli esempi classici, un frasario tradizionale altisonante o obsoleto che a volte viene alleggerito con richieste di epitaffi davvero originali in grado di raccontare l’humor e la simpatia del defunto o dei suoi familiari.

Esempi di epitaffi celebri

Da Shakespeare a Oscar Wilde, da Seneca a Platone, da Dante a Italo Calvino, da Napoleone a Giulio Cesare tutti hanno espresso – a modo proprio – più di un pensiero sulla morte e al modo per stemperarla con sagacia e umorismo. Ecco allora un esempio di epitaffi celebri fatti apporre sulle lapidi da personaggi che hanno segnato il secolo scorso.

  • Dorothy Parker (1967). Nata nel New Jersey nel 1863 in una famiglia ebraica, entrò molto giovane nelle redazioni di riviste come Vogue e Vanity Fair. Giornalista e scrittrice di grande talento, arricchiva i suoi articoli di costume e le sue recensioni con sagacia, arguzia, umorismo e una buona dose di cinismo. Sulla lapide nel giardino dei ricordi in cui riposano le sue ceneri si legge: «Qui giacciono le ceneri di Dorothy Parker, umorista, scrittrice, critica. Ha difeso i diritti umani e civili …e Scusatemi per la polvere».
  • Martin Luther King (1968). Pastore protestante, politico e attivista statunitense. Con il suo famoso discorso “I have a dream …” fu leader dei diritti civili di tutti gli uomini e si batté contro la schiavitù e contro il razzismo nei confronti delle persone di colore. Sulla sua tomba volle che fosse fatta incidere la frase: «Sono libero, finalmente libero. Grazie a Dio sono finalmente Libero»
  • Werner Heisenberg (1976). Fisico tedesco dallo spirito sagace e raffinato, fu in parte dimenticato dalla storia per aver scelto di rimanere a servizio della Germania nazista di Adolf Hitler e di aver condotto il programma nucleare del Terzo Reich. Fu tra i primi a lavorare su un prototipo di bomba atomica. Sulla sua tomba volle che fosse scritto di sé: «Giace qui, da qualche parte», non sarà divertente, ma ha senso per un fisico e per il suo credo negli atomi e nelle particelle.
  • Primo Levi (1987). Partigiano antifascista, nel 1943 fu catturato e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz dal quale riuscì a scampare e tornare in Italia in modo rocambolesco. Finita la guerra, dedicò la sua vita alla testimonianza delle atrocità viste e subite. Scrittore e giornalista, morì in circostanze sospette cadendo dalle scale. Sulla sua lapide non volle altro che il numero identificativo tatuato sul braccio durante gli anni di prigionia: «174517».
  • Fabrizio De André (1999). Uno dei più grandi cantautori e poeti italiani, sulla sua lapide volle che fosse incisa una delle frasi più celebri della sua ricca discografia: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori», tratta dalla canzone “Via del Campo”, una delle vie più note di Genova perché un tempo identificava il luogo della prostituzione e dei bassifondi genovesi.
  • Gianfranco Funari (2008). Personaggio della televisione italiana: conduttore, opinionista, cabarettista, amava definirsi il giornalaio più famoso d’Italia. Aveva un linguaggio diretto, popolare, caustico, a volte aggressivo, ma non mancava di umorismo e di sferzante cinismo. Accanito fumatore volle che sulla sua lapide fossero incise due frasi: «Ho smesso di fumare» e «Manco da qui taccio!» Le sigarette e la parlantina sono, infatti, i tratti più caratteristici della sua personalità.